Arrivare davanti al portone di casa con la busta con la cena dentro. Inserire il codice del portone, poi quello della porta di "casa", ormai imparate a memoria. Infilare la chiave nella toppa della stanza, andare a prendere la tovaglietta rimasta in bagno ad asciugare assieme alle posate. Preparare tutto vicino al computer, col telefono attaccato per condividere la connessione, e godersi i due involtini primavera e gli spaghetti con verdure e gamberi (chissà di entrambi quanti ne ho mangiati in vita mia) sorridendo per il piacere di qualcosa di caldo.
È una settimana che sono qui, che sono arrivato a Bologna a vivere questo periodo (lo chiamo così, perché in cuor mio mi piacerebbe restare, ma non sono sicuro che il mio destino sia d'accordo) di vita, prendendomi del tempo per me, per stare da solo, per svegliarmi la mattina e guadagnarmi il pane e il tetto sotto il quale vivo, facendo i conti per restare nel budget giornaliero che mi sono dato per andarci almeno in pari, visto che non diventerò ricco stando qua, e neanche lo voglio.
Mi sento un po' come nei romanzi che leggevo da ragazzo, di questi personaggi intensi, che passano il tempo lavorando e godendosi i pochi spicci che hanno in tasca facendo solo quello di cui hanno voglia, che sia prendersi da bere, andare al cinema, o mangiare qualcosa di diverso dai panini/pizza al taglio/insalate che mi sono concesso in questi giorni, sbattendosene di quello che verrà dopo, di costruirsi un "futuro" che vada oltre l'acquisto del biglietto per raggiungere la prossima città in cui vivranno.
Bologna è una città in cui sto vivendo in maniera positiva, credo, la grande nostalgia del passato che mi porto. Di quello di un periodo universitario fatto di pasti frugali, sorrisi, serate fuori e levatacce, panni sporchi, persone incontrate per caso, amori nati incrociando uno sguardo e finiti pochi secondi dopo. Un passato che sognavo ma che non ho vissuto perché ho avuto una storia diversa. Nostalgia di un amore che non è andato come sognavo andasse. Nostalgia di una vita che da adolescente sognavo di fare e non ho fatto per colpa (o merito, chissà) di Roma e della vita che ho fatto là. Forse sono qui per recuperare e ritornare a quella vita, dopo che mille dolori hanno scremato tutte le puttanate che mi sono messo in testa negli ultimi 15 anni, o forse semplicemente per guardarla, sorridere ed esorcizzarla.
Non lo so, so che mi piace stare qua, e so che ad un certo punto dovrò prendere una scelta che adesso ancora non so fare. So che mi piace andare a prendermi una birra da solo e sorridere perché l'incontro Carmelo Pipitone dei Marta chiedere una Guinness vicino a me e vederlo stanco e brizzolato, dopo aver messo da parte per un po' la maschera che porta sul palco, dopotutto non mi sembra neanche troppo straordinario. Mi piace pedalare in questa città, mi piace la gente seduta ai tavoli assieme vestiti ognuno come gli pare senza che questo crei una qualche distanza. Mi piacciono tutte le piccole gentilezze che riesco a dare a degli sconosciuti in cambio del bel posto in cui mi trovo, dove noto cose che nessuno di loro nota più perché per loro è la normalità, ma che per me era motivo di sofferenza nel posto da cui vengo.
Adesso sono in questo "stato di confine", che poi è il titolo che ho dato a questa pagine, in cui vivo qua ma non ho ancora una vita qua, almeno non al di fuori del posto di lavoro, e mi piacerebbe averla come mi piacerebbe conoscere qualcuno che mi sorprenda chiedendomi di uscire in una sera come questa, che domani mi devo svegliare alle 6, ma andare lo stesso.
Vedremo, adesso vado a mangiarmi una fetta del tronchetto al cioccolato che mi sono comprato oggi perché avevo voglia di qualcosa che non fosse solo nutrimento, e vado a farmi una doccia (e amo farmi la doccia di sera, e infilarmi nel letto pulito e non l'ho potuto fare per un sacco di tempo).
Statemi bene, io sto cercando di farmelo.
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